La scomparsa dell’artigiano
quando la mano viene esclusa dal progetto
Un cambiamento silenzioso
Negli ultimi decenni, il mondo dell’edilizia ha subito una trasformazione profonda. Cantieri sempre più grandi, organizzazioni aziendali sempre più complesse, appalti su scala industriale. Ma mentre i numeri crescono e si moltiplicano, qualcosa di essenziale si perde: la presenza viva dell’artigiano. Quel singolo individuo che un tempo, con la propria maestria e il proprio sapere, costruiva case, fienili, stalle, tetti, scale, muri. Con le mani, ma anche con la testa. Con lentezza, attenzione, e una conoscenza costruita sul campo, nel tempo, nella relazione con i materiali e i luoghi.
Oggi, l’artigiano edile – inteso come figura autonoma, responsabile, completa – è quasi una rarità. In molti casi è già sparito. Eppure la sua figura era centrale in un’edilizia di prossimità, umana, ecologica prima ancora che si parlasse di ecologia. Una figura che incarnava un rapporto diretto tra cultura, tecnica e territorio.
La parola “artigiano” e la sua eredità
Non è un caso che la parola artigiano derivi da ars, cioè arte. Non parliamo solo di “chi lavora con le mani”, ma di chi fa con intelligenza, intuito, misura. L’artigiano è colui che costruisce con senso, adattandosi alle situazioni, risolvendo problemi, facendo dialogare materiali, persone e paesaggi. Non segue solo progetti, li interpreta. Non esegue soltanto, ma partecipa. Non copia, ma inventa.
Questa arte del fare – concreta, tangibile, radicata nella realtà – oggi viene compressa tra normative rigide, tempi impossibili, e logiche di profitto che vedono nel singolo artigiano un elemento “inefficiente” rispetto alla macchina ben oliata della grande impresa.
L’illusione dell’efficienza
La standardizzazione è diventata la regola. La modularità, l’omologazione dei materiali, i prefabbricati, le filiere globalizzate: tutto sembra più veloce, più economico, più “moderno”. Ma in realtà, in questa rincorsa all’efficienza, si sacrifica l’adattabilità, la qualità, la bellezza. E soprattutto si perde il contatto con la complessità dei luoghi.
Un artigiano vero costruisce con il luogo, non nonostante il luogo. Sa leggere l’umidità, il vento, la luce, la storia sedimentata nelle pietre. Sa scegliere l’orientamento di una parete, il tipo di legno, la logica di un incastro, perché ha imparato non solo dalle scuole ma dal lavoro quotidiano, dall’osservazione diretta, dall’errore e dall’esperienza.
Un mestiere che si fa cultura
Essere artigiano non è (solo) un lavoro manuale. È un mestiere che si fa cultura. Un modo di vedere il mondo e stare nel mondo. Di affrontare i problemi con ingegno, di rispettare i tempi naturali delle cose, di valorizzare ciò che è locale, disponibile, sostenibile.
In questo senso, l’artigiano edile è un portatore di sapere ecologico, relazionale, sociale. Il suo lavoro incarna valori che oggi sarebbero fondamentali per ripensare il settore delle costruzioni: la responsabilità ambientale, l’autonomia produttiva, la qualità anziché la quantità.
Un sistema che espelle
Ma il sistema attuale tende a espellerlo. Lo schiaccia con la burocrazia, lo taglia fuori dai bandi pubblici, lo costringe a rincorrere pratiche, certificazioni, preventivi, gare che poco hanno a che fare con la sostanza del costruire. Gli artigiani singoli non riescono più a sopravvivere. Chi rimane, lo fa spesso in condizioni marginali, oppure cerca riparo in nicchie iper-specialistiche. Ma non può e non deve essere solo questo il futuro dell’artigianato edile.
La formazione tecnica spesso non valorizza il mestiere, le nuove generazioni vedono in questo lavoro più fatica che senso. Eppure, mai come oggi ci sarebbe bisogno di artigiani. Di veri artigiani. Per ristrutturare con attenzione, per costruire con poco e bene, per riparare anziché distruggere, per costruire relazioni oltre che muri.
Resistere: un gesto politico
Chi oggi sceglie di fare l’artigiano edile in autonomia fa una scelta radicale. Va controcorrente. Decide di mantenere viva una competenza che rischia di essere spazzata via. Non si tratta di nostalgia per un tempo che fu, ma di consapevolezza: senza artigiani, l’edilizia perde l’anima.
Resistere non è solo continuare a lavorare con le mani. È anche raccontare, trasmettere, formare, creare reti, documentare.
È creare luoghi di pensiero e confronto, come questo blog.
È costruire una comunità intorno a un’idea diversa di costruzione: più lenta, più giusta, più vicina ai bisogni reali.
Una domanda aperta
Cosa perdiamo davvero quando scompare l’artigiano?
Perdiamo pezzi di cultura, di conoscenza incarnata, di diversità, di bellezza. Ma soprattutto perdiamo la possibilità di costruire in modo più umano.
E forse, in fondo, è questo che dovremmo difendere: la possibilità stessa di costruire bene.
